ARCHEOLOGIA DELL’ARTE E DELLA PSICOTERAPIA SU GIANNA MAGGIULLI E LA SUA MOSTRA “IO ABITO”

MUSEO NUOVA ERA, BARI ANTICA
Vi voglio raccontare di una mostra. La pittrice è’ Gianna Maggiulli censita in illustri libri di storia dell’arte. Ho comprato una sua affascinante opera su cartone. Dagli Anni Settanta usa materiale povero slabbrato su cui disegna strappa lavora con i suoi pensieri . La mostra è’ legata a reperti di cassetti del padre – sarto maschile noto- di quel materiale povero di cui son fatti i cartamodelli e le bozze precedenti su cui si costruiscono. Dunque pezzi della sua identità di artista, i materiali, le linee, i grafici vengono da questa galassia sepolta nella sua mente e in un cassetto. In uno spazio favorevole, in cui Bari migliora New York o Londra, per via della location carica di secoli e d’aura. (Museo Nuova Era. In Bari Antica, via dei Gesuiti, 13). E mi ha subito ricordato una psicoterapia casuale, di strada, di molti anni fa, in cui, entrata in un negozio per vedere una libreria, la proprietaria mi supplico’ di sciogliere un enigma. Il suo bambino di pochi anni andava all’asilo e la maestra l’aveva chiamata perché il bimbo disegnava solo intrecci labirinti, sempre lo stesso tema. “Lo faccia vedere “. Dunque era ansiosa di decrittare uno stato psichico anomalo. Mentre l’ascoltavo guardai per caso la scrivania dove eravamo. Un bel blocco di schemi d’arredamento fatti da linee schematiche in più colori. Lo guardai con gli occhi di un bambino, di chi non sa e ritrovai i doodles del bimbo. Lo feci vedere, con l’intraprendenza del Solutore (Turandot la mia preferita e io novello Calaf). No, non mi ha regalato la libreria e ha fatto male. Quel bambino è’ divenuto credo un uomo di grande successo e non conosce di sicuro che un pezzo della sua Vita si è’ discusso e risolto lì in un angolino spazio Temporale. La Maggiulli ha dunque compiuto un’auto terapia, ha ritrovato grafemi e materiali in un angolo della sua mente, che era chiuso in quel cassetto. Segno della sua felice maturità artistica, del ritrovamento di altri frammenti identitari. IO ABITO. È’ dunque un felice calembour. Abito dunque sono, in un abito. “Abito in un abito”. Che teneva appeso nel suo studio, quasi fuori luogo rispetto al resto. Lo scarto l’ha condotta al resto. Di quanti Artisti ignoriamo -forse ignorano loro stessi – i loro abiti, sepolti nei cassetti della loro mente per sempre, perduti e ignorati da se’, mentre ci interroghiamo e s’interrogano sulle soluzioni dei loro enigmi-sintomi(?) grafici. Perché’ sintomi: come in codice, segni aggrovigliati in più’ livelli di significato, che ci appassionano, ci legano nel fascino, eppure -o perché’ – prodotti dalla rimozione. Così un sintomo risolto, decrittato, “apre” il registro dei conti psichici . Così un frammento fittile ci completa l’idea di una civiltà’. E noi psicoterapeuti in quest’archeologia di segni ritroviamo noi stessi, le radici della nostra disciplina che opera sulle radici -delle radici – degli umani.

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