Hanno scritto, di lei o con lei…

 «Anche quando nel 1953 e poi nel 1957 comparvero i primi farmaci, la clorpromazina (un tranquillante), l'imipramina (un antidepressivo), il clordiazepossido (un ansiolitico), i sistemi tradizionali non furono scalzati. Si faceva ancora ricorso all'elettroshock, all'insulinoterapia per produrre uno stato di coma (erano dette anche terapie della morte), a docce e bagni di acqua gelida per calmare. Un empirismo terapeutico che oggi lascia stupefatti» racconta Andreoli, che Panorama ha incontrato a Parigi in un luogo simbolo della psichiatria, la cappella di Saint-Louis de la Salpêtrière.

 

Nel 1656, con un editto di Luigi XIV, nacque l'Hôpital Général di Parigi e luoghi come la Salpêtrière divennero un rifugio, ma anche un ghetto, per mendicanti, derelitti, malati, vagabondi, emarginati. Un prototipo di quello che sarà poi il manicomio. Fu da questa Cappella a croce greca che durante la Rivoluzione francese, nel 1793, Philippe Pinel, padre della moderna psichiatria, liberò dalle catene gli alienati che lì giacevano e cominciò a studiarli, fornendo una prima classificazione (oggi superata) delle manifestazioni di follia: mania, melanconia, demenza, idiotismo. A quel tempo alla Salpêtrière nacque la Maison des foux, il primo manicomio: i malati di mente, sottratti alle cure delle confraternite religiose, furono affidati alla scienza diventando «citoyens».

 

Oggi la follia non è più un demone da esorcizzare con l'elettroshock. Dopo la legge Basaglia, molto è cambiato. A partire dalla definizione stessa di malato. Non più colui che è pericoloso per sé o per gli altri, ma un paziente psichico o un disturbato. Inoltre, la ricerca ha permesso di visualizzare il cervello, di capire cosa succede a livello di neurotrasmettitori. «Una dimensione biologica della follia che rischia però di ridurre la psichiatria a scienza del particolare» avverte Andreoli. E di far dimenticare la dimensione antropologica, nel senso di scienza dell'uomo, in cui ambiente, personalità ed esperienze hanno un ruolo. La breccia istituzionale aperta da Franco Basaglia, secondo Andreoli, dovrebbe condurci a un nuovo umanesimo che, superando le ideologie, permetta di porre al centro il malato e i familiari, spesso lasciati soli.

 

A Bari la dottoressa Maristella Buonsante si è battuta per decenni per la «demanicomializzazione» dei pazienti, credendo nella validità della terapia familiare. «Mi hanno messa fuori gioco» lamenta. «A trarre profitto dalle ceneri dei manicomi ora è un manipolo di improvvisati psicoriabilitatori, che spesso sono anche consulenti di chi poi detta le normative locali in materia». Sempre in Puglia, a Bisceglie, sorge il Don Uva, il più grande ex ospedale psichiatrico privato d'Europa. Il direttore sanitario Antonino Riggio e il suo vice Antonio Fabbroni spingono verso la riconversione per trasformare il complesso in una specie di quartiere ospedaliero. La vecchia area manicomiale è in ristrutturazione: 47 schizofrenici, 117 disabili mentali e 97 pazienti geriatrici sono distribuiti in alcuni nuclei tipicamente ospedalieri. Ci sono, sì, palestre e centri di arteterapia, ma la struttura è pensata per una degenza, non per l'integrazione del malato.

MARISTELLA BUONSANTE

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