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Hanno
scritto, di lei o con lei… Nel 1656, con un editto di Luigi XIV, nacque
l'Hôpital Général di Parigi e luoghi come la Salpêtrière divennero un rifugio,
ma anche un ghetto, per mendicanti, derelitti, malati, vagabondi, emarginati.
Un prototipo di quello che sarà poi il manicomio. Fu da questa Cappella a
croce greca che durante la Rivoluzione francese, nel 1793, Philippe Pinel,
padre della moderna psichiatria, liberò dalle catene gli alienati che lì
giacevano e cominciò a studiarli, fornendo una prima classificazione (oggi
superata) delle manifestazioni di follia: mania, melanconia, demenza,
idiotismo. A quel tempo alla Salpêtrière nacque la Maison des foux, il primo
manicomio: i malati di mente, sottratti alle cure delle confraternite
religiose, furono affidati alla scienza diventando «citoyens». Oggi la follia non è più un demone da esorcizzare con
l'elettroshock. Dopo la legge Basaglia, molto è cambiato. A partire dalla
definizione stessa di malato. Non più colui che è pericoloso per sé o per gli
altri, ma un paziente psichico o un disturbato. Inoltre, la ricerca ha
permesso di visualizzare il cervello, di capire cosa succede a livello di
neurotrasmettitori. «Una dimensione biologica della follia che rischia però
di ridurre la psichiatria a scienza del particolare» avverte Andreoli. E di
far dimenticare la dimensione antropologica, nel senso di scienza dell'uomo,
in cui ambiente, personalità ed esperienze hanno un ruolo. La breccia
istituzionale aperta da Franco Basaglia, secondo Andreoli, dovrebbe condurci
a un nuovo umanesimo che, superando le ideologie, permetta di porre al centro
il malato e i familiari, spesso lasciati soli. A Bari la dottoressa Maristella Buonsante si è
battuta per decenni per la «demanicomializzazione» dei pazienti, credendo
nella validità della terapia familiare. «Mi hanno messa fuori gioco» lamenta.
«A trarre profitto dalle ceneri dei manicomi ora è un manipolo di improvvisati
psicoriabilitatori, che spesso sono anche consulenti di chi poi detta le
normative locali in materia». Sempre in Puglia, a Bisceglie, sorge il Don
Uva, il più grande ex ospedale psichiatrico privato d'Europa. Il direttore
sanitario Antonino Riggio e il suo vice Antonio Fabbroni spingono verso la
riconversione per trasformare il complesso in una specie di quartiere
ospedaliero. La vecchia area manicomiale è in ristrutturazione: 47
schizofrenici, 117 disabili mentali e 97 pazienti geriatrici sono distribuiti
in alcuni nuclei tipicamente ospedalieri. Ci sono, sì, palestre e centri di
arteterapia, ma la struttura è pensata per una degenza, non per
l'integrazione del malato. |
MARISTELLA
BUONSANTE
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